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Giuseppe

Succo di spada. Dal francese Jus[d']épée. Altri dicono derivi da Jus[d']eppe.
 
Due straordinarie storie originate in luoghi e tempi quasi agli antipodi tra loro, convergono su questo nome per spiegarne le origini.
La prima si sviluppa nelle Antille grazie a Victor Hugues (da non confondersi col più noto Victor Hugo), che governò la Guadalupa dal 1794 al 1798 promuovendo l’emancipazione degli schiavi di quell’ isola, respingendo gli Inglesi arroccato nel forte fino allora chiamato Jus d’épée e che, da quella vittoria fu rinominato Fleur d’épée in onore di un valoroso soldato così soprannominato.
La seconda, più recente, vede un gruppo di discendenti da quei valorosi soldati, tornare in Francia e fondare un piccolo villaggio che chiamarono Eppe in ricordo di quel luogo vittorioso che aveva fatto la gloria dei loro antenati ma adottando la dizione parlata essendosi il termine èpée nel frattempo trasformato (nei vari passaggi della tradizione orale), nel più facile da scriversi Eppe. Giova ricordare che il villaggio in questione veniva chiamato dai vicini Sauvage ed è facile capire il perché pensando che i fondatori erano discendenti da soldatacci se non da bucanieri. Per ridurre i conflitti campanilistici tra Eppe e i vicini, nell’ultimo Riordinamento degli Arondissement, fu attribuita la denominazione ufficiale di Eppe-Sauvage, quale si trova adesso sulle carte.

Ai ricercatori superficiali e condizionati dai pregiudizi che ritengono Giuseppe derivare da Yoseph (yasaph), Jussuf, Joseph e altri, giova ricordare che che è del tutto scorretto chiamare una persona nata e vissuta nel passato con un nome d’oggi. Siamo convinti che anche il buon Yoseph, falegname, mai avrebbe accettato di esser chiamato come un succo, neanche se di spada.

Bruno

Bruno è la forma estesa di Br1 ovvero un atomo di Bromo, però, mentre il bromo (dal greco bromos=puzza, cattivo odore), considerato come elemento chimico è, tutto sommato, insipido, quando lo guardiamo dal punto di vista della fisica, cioè come atomo, tutto ci diventa denso di significati.
Uno dei Lehman Brothers cantava nel famoso hit dell’autunno 2008:”Br, Br, Br, Br-one!/Make the xxxxx so, if you can!” Che liberamente tradotto fa “Br, Br,  Br, Br-uno!/come te non xxxx nessuno!”
Sgombriamo subito il campo da alcuni equivoci che continuano a resistere malgrado i lodevoli tentativi di alcuni tra i più insigni “onomasticisti” di fare ordine nel caos delle tradizioni più traditrici. Uno per tutti il francese Étienne Brillat-Savarin-Fil-de-la-Nièce, che con la sua monumentale ricerca “Physiologie du Prènoms, ou Méditations de Onomastique Transcendante; ouvrage théorique, historique et à l’ordre du jour, dédié aux Anthroponymistes parisiens, par un Professeur, membre de plusieurs sociétés littéraires et savantes” sgombra il campo da ogni dubbio residuo.

 Se ci è consentito sintetizzare il risultato di tanto studio, potremmo confermare che
“Anche san Brunone, celeberrimo isotopo del Bruno, meglio conosciuto come Br11 (si legge Br1-ne, altri leggono Br-1-one), conferma l’origine del suo nome diventando famoso per la chartreuse che in una delle fasi della sua preparazione “profuma” di Bromo che più non si può, per poi trasformarsi nella delizia liquorosa che tutti(?) conoscono”.
Infine due elementari “ragionamenti” che, purtroppo pochi si prendono cura di fare:
Se Bruno derivasse da “braun” si chiamerebbe Brano. Se derivasse da “brown” si chiamerebbe Marron.

Barbara

Dall’ugro-finnico “Rabarbara”, usato ancora nei paesi di lingua slava; ma si trova anche in Islanda come canta la vecchia ballata “Rabarbara-Rúna”:
Þarna er hún, Rabarbara-Rúna
Sjá þarna er hún, Rabarbara-Rúna
Rabarbara-Rúna, rosa pía er hún.
In origine “rararabarbara” ovvero rabarbara rara che a causa della eccessiva allitterazione venne presto trasformata in ra-barbara e nel più confidenziale Barbara.
Che dire di questo nome se non che emana profumi himalayani e promette benefiche conseguenze.
Gustoso e saporito come il tempo che fu: non c’era honest’uomo che si rispettasse che non avesse in tasca una o più caramelle al rabarbaro, così come non c’era nonna che non celasse tra le innumeri pieghe della gonna uno scatolino colmo di tabacco da fiuto. Due stimolanti, diversi ma accomunati dalla simile funzione sociale. Perché la rabarbara, pianta illustre e colta (nel senso di raccolta) nel tempo giusto, arricchiva la mente e aumentava il benessere (materiale), dei fortunati possessori

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