Dal protoveneto En zò’ (= un ceppo) con la forma abbreviata, ancorché rara, di zòc. “En” (uno di numero) è chiaramente indicativo di un origine commercial-contabile legata ad una certa parsimonia che fa sì che anche gli elementi più spirituali del nome siano centellinati. È ormai assodato che i zochi stavano ad indicare le radici, gli elementi che dando stabilità e nutrimento alla pianta ne permettono una crescita stabile e vigorosa. e che lo stesso nome veniva ampiamente usato per indicare persone di particolare saldezza d’animo e di spirito.
Ma perché un puro e semplice appunto contabile (“en zoc e do fascinele” come recita l’inventario per la dote di tale Domenica Francesconi da Corné), è diventato un nome addirittura da re?
La risposta sorprenderà non pochi ma non ci è ancora concesso di svelarla, almeno fino a quando la documentazione che porteremo a sostegno non sarà pronta per la divulgazione.
È doveroso, a questo punto, ricordare un tentativo valoroso e molto brillante (anche se sfortunato), del Rocchi, che in un appunto inedito in nostro possesso, suggerisce di far derivare il nome Enzo dal moderno vernacolo roveretano “en zo”. Purtroppo l’origine linguisticamente esotica dell’insigne studioso deve averlo tratto in inganno facendolo ritenere, ahimè erroneamente, che én zó (= in giù, con la e e la o piuttosto chiuse), così come gli viene naturale pronunciare, fossero la vera origine del nome Enzo, che per i roveretani di origine trentina viene invece pronunciato èn zò (con la e semiaperta e la ò di sicuro non chiusa), così come pronuncierebbero èn zòc.